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| Razza, popolo, religione - Le leggi razziali in Italia |
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| Scritto da Maurizio Caudana | |
| domenica 27 gennaio 2008 | |
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Quando e quale fu il contesto culturale e ideologico dal quale originò la legislazione razziale del 1938? La dottrina razzista antiebraica entrò in Italia a partire dal 1937 con gli scritti di Julus Evola e di Giulio Cogni, promotrice una particolare rubrica del «Quadrivio». Evola, sintetizzando alcuni filoni dell'irrazionalismo europeo, formulò la teoria del razzismo spirituale, non solo corporeo, in contrapposizione al razzismo biologico di origine tedesca (cfr. U. Caffaz, L'antisemitismo italiano sotto il fascismo, Firenze, 1975, p. 11). Nel marzo dello stesso anno, Telesio Interlandi - direttore dal 1938 al 1943 della pubblicazione fascista La difesa della razza -si augurava che la legislazione razziale tedesca fosse estesa agli ebrei. Giovanni Preziosi, poi, rincarava la dose nel mese di agosto dalle colonne della «Vita italiana»: «La razza dell'ebreo è lungi dall'essere un puro dato biologico e antropologico. La razza è la legge». Da quel momento in Italia l'antisemitismo si traslò nel piano puramente razzista e indusse a considerare gli ebrei come gruppo a parte, che rimanevano tali anche se convertiti al cristianesimo. I prodromi erano evidenti: il governo si avviava verso un antisemitismo di stato sul modello tedesco. Del resto le avvisaglie furono chiare già l'anno prima, esattamente il 12 settembre 1936, in piena propaganda a favore della guerra in Spagna da parte del regime fascista. L'editoriale dal titolo Una tremenda requisitoria, apparso sul «Regime fascista» e rivolto alle comunità israelitiche italiane, proponeva una crociata della civiltà cattolica contro il comunismo giudaico. L'articolo mutuava supinamente un discorso che Joseph Goebbels, ministro per la propaganda tedesca, aveva tenuto contro il comunismo il 10 settembre a Norimberga. Vi affermava che in Spagna e in Francia tutti i capi del «sovversivismo» erano ebrei e si sottolineava che il fascismo italiano aveva avuto il merito di essere stato il precursore e l'animatore della lotta contro il bolscevismo. L'articolo concludeva conseguentemente sul problema della doppia lealtà: «Siamo sicuri - affermava - che da più parti si griderà: noi siamo dei fascisti. Non basta. Bisognerà dare la prova matematica di essere prima fascisti e poi ebrei». Il tema dell'italianità dei sionisti si presentava quindi come lo strumentale e propagandistico grimaldello ideologico per scardinare l'ebraismo, individuando nel sionismo un vero e proprio reato di lesa italianità. Tale clima ideologico e politico ,fu sostenuto da eventi significativi e non solo simbolici: nel 1936 in occasione del viaggio in Germanici di Galeazzo Ciano furono diramate delle circolari che escludevano dalla delegazione italiana i funzionari ebrei, tosto, nel dicembre 1936, vennero allontanati dai giornali fascisti dei collaboratori ebrei (cfr. E Tagliacozza-B. Migliau, Gli ebrei nella storia e nella società contemporanea, La Nuova Italia, Firenze 1993, p.230). Nell'aprile del 1937 ebbe grande eco l'uscita del libro di Paolo Orano, Gli ebrei in Italia, nel quale era sintetizzato l'infame armamentario della polemica antisemita. Il «Popolo d'Italia», recensendo il libro di Orario, poneva il tema usuale al fascismo della doppia lealtà ebraica: «Si considerano essi, ebrei in Italia, oppure ebrei d'Italia? Si sentono ospiti nel nostro paese, oppure parte integrante della popolazione?». Non bastò la replica di Dante Lattes a Paolo Orano, su «Israel» del 15 aprile 1937, poiché lì a poco, il 14 luglio 1938, venne pubblicato sul « Giornale d'Italia », il primo atto ufficiale contro gli ebrei in Italia: «Il manifesto degli scienziati razzisti». Il 5 agosto nacque la rivista razzista «La difesa della razza», con taglio di divulgazione scientifica, con Interlandi come direttore e Giorgio Almirante come segretario di redazione. Nel frattempo, la pubblicistica fascista e razzista come il giornale «Il Tevere», denunciava «la piovra musicale ebraica», il jazz e la musica negro-ebraica», lo scrittore ebreo Pincherle (Alberto Moravia) e gli editori che stampavano opere di autori ebrei» (G. Tagliacozzo-B. Migliau, op. cit., p. 250). Parallelamente prendeva corpo la battaglia per la purificazione radicale della lingua e dei costumi in Italia; dalle locandine dei teatri dei cinema di tutta Italia scomparivano nomi e parole straniere. Venivano messi la bando film e attori stranieri: la vigile coscienza razziale, voluta dal Minculpop (ministero della cultura popolare), vietava di fraternizzare con «faccette nere» e razze inferiori. Il 5 settembre con il provvedimento riguardante l'espulsione degli allievi e degli insegnanti ebrei la politica antiebraica cominciava sistematicamente. Il 6 e 7 ottobre il Grati Consiglio del Fascismo approvò la Carta della Razza che conteneva i fondamenti di tutta la legislazione successiva e i fondamenti della questione ebraica. La legislazione razziale fascista trova nel R.D.L. 17 novembre 1938, n. 1728 - che riportiamo di seguito - la sua «magna charta». Però, la legge 13 luglio 1938, n. 1024 (da noi riportata nella parola chiave «Organismi del razzismo») presentata come norma integrativa del suddetto regio decreto, introdusse una nuova tipologia sconosciuta alla legislazione antisemita: la figura dell'«arianizzato». Tale legge, come sottolinea lo stesso Renzo De Felice, si presentava come assolutamente «immorale e antigiuridica»; essa stabiliva la facoltà del Ministero degli Interni di dichiarare, su conforme parere di una commissione composta di tre magistrati e di due funzionari del ministero stesso (il tribunale della razza), «la non appartenenza alla razza ebraica anche in conformità delle risultanze degli atti dello stato civile». I fortissimi elementi di discrezionalità ed insindacabilità facevano dell'antisemitismo di stato fonte « di corruzione, di favoritismo e di lucro». Anche questo approccio veniva contrabbandato dal governo con la parola d'ordine «discriminare non perseguitare»; ossia l'adozione di una politica di antisemitismo di stato era giustificata dalla sua interpretazione come misura per la difesa della razza. Tratto da “Le leggi razziali in Italia” di Giovanni Codovini e Dino Renato Nardelli (Editoriale Umbra)
Fotografie di Guido Fulgenzi |
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