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Perchè non siete scappati prima? Stampa E-mail
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Scritto da Maurizio Caudana   
domenica 02 settembre 2007

primolevi.gif Il mese di agosto, è uno dei pochi momenti dell’anno, in cui ci si può dedicare alla lettura in diversi momenti della giornata.

Potersi trovare su di una spiaggia alle 10 del mattino con un libro per le mani, poterlo lasciare per il tempo di un bagno e poi riprenderlo senza interruzioni, offre una marcia in più ai ritmi di lettura che si tengono durante l’anno.

In questo agosto, sono stati due, i libri che mi hanno tenuto compagnia: Cavour, il grande tessitore dell’Unità d’Italia di Denis Mack Smith, di cui parlerò più avanti, ed I sommersi e i salvati di Primo Levi.

L’insolito punto di osservazione scelto da Levi in questa sua ultima opera, era forse il tassello mancante per una corretta comprensione del periodo storico narrato, della vita di Levi e molto probabilmente del mondo concentrazionario creato dal Nazismo.

Insolito, in quanto si inerpica con grande coraggio negli aspetti psicologici della vita del detenuto, cercando di dare risposta a molti comuni interrogativi delle generazioni che non hanno visto e vissuto il Nazismo.

Uno di questi interrogativi, oltre ad essermi appartenuto, offre uno spunto concreto e molto duro alla coscienza di ognuno, per essere scossa al punto di capire nel profondo ciò che la storia narra alle volte con meccanicismi tipici dell’insegnamento scolastico.


Vengo alla terza variante della domanda: perché non siete scappati «prima »? Prima che le frontiere si chiu­dessero? Prima che la trappola scattasse?

Anche qui devo ricordare che molte persone minacciate dal nazismo e dal fascismo se ne andarono «prima ». Erano esuli propria­mente politici, od anche intellettuali mal visti dai due re­gimi: migliaia di nomi, molti oscuri, alcuni illustri, quali Togliatti, Nenni, Saragat, Salvemini, Fermi, Emilio Segré, la Meitner, Arnaldo Momigliano, Thomas e Hein­rich Mann, Arnold e Stefan Zweig, Brecht, e tanti altri; non tutti ritornarono, e fu un'emorragia che dissanguò l'Europa, forse in modo irrimediabile.

La loro emigra­zione (in Inghilterra, Stati Uniti, Sud-America, Unione Sovietica; ma anche in Belgio, Olanda, Francia, dove la marea nazista li doveva raggiungere pochi anni dopo: erano, e siamo tutti, ciechi al futuro) non fu una fuga né una diserzione, bensí un naturale ricongiungersi con alleati potenziali o reali, in cittadelle da cui riprendere la loro lotta o la loro attività creativa.

Tuttavia, è pur vero che in massima parte le famiglie minacciate (in primo luogo gli ebrei) restarono in Italia ed in Germania. Domandarsi e domandare il perché è ancora una volta il segno di una concezione stereotipa ed anacronistica della storia; piú semplicemente, di una dif­fusa ignoranza e dimenticanza, che tende ad aumenta­re con l'allontanarsi dei fatti nel tempo.

L'Europa del 1930-1940 non era l'Europa odierna. Emigrare è dolo­roso sempre; allora era anche piú difficile e piú costoso di quanto non sia oggi. Per farlo, occorreva non solo molto denaro, ma anche una « testa di ponte » nel paese di destinazione: parenti od amici disposti a dare garanzie o anche ospitalità.

Molti italiani, soprattutto contadini, avevano emigrato nei decenni precedenti, ma erano stati spinti dalla miseria e dalla fame, ed una testa di ponte l'avevano, o credevano di averla; spesso erano stati invitati e bene accolti, perché localmente la mano d'opera scarseggiava; comunque, anche per loro e per le loro famiglie lasciare la patria era stata una decisione trauma­tica.

«Patria»: non sarà inutile soffermarsi sul termine. Si colloca vistosamente fuori del linguaggio parlato: nessun italiano, se non per scherzo, dirà mai « prendo il treno e ritorno in patria ». È di conio recente, e non ha senso univoco; non ha equivalenti esatti in lingue diverse dal­l'italiano, non compare, che io sappia, in nessuno dei no­stri dialetti (e questo è un segno della sua origine dotta e della sua intrinseca astrattezza), né in Italia ha avuto sempre lo stesso significato. Infatti, a seconda delle epo­che, ha indicato entità geografiche di estensione diversa, dal villaggio dove si è nati e (etímologicamente) dove hanno vissuto i nostri padri, fino, dopo il Risorgimento, all'intera nazione. In altri paesi, equivale press'a poco al focolare, o al luogo natio; in Francia (e talora anche fra noi) il termine ha assunto una connotazione ad un tempo drammatica, polemica e retorica: la Patria è tale quando è minacciata o disconosciuta.

Per chi si sposta, il concetto di patria diventa doloroso ed insieme tende ad impallidire; già il Pascoli, allontana­tosi (non poi di molto) dalla sua Romagna, «dolce pae­se », sospirava «io, la mia patria or è dove si vive ».

Per Lucia Mondella, la patria si identificava visibilmente con le « cime ineguali » dei suoi monti sorgenti dalle acque del lago di Como. Per contro, in paesi ed in tempi di in­tensa mobilità, quali sono oggi gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, di patria non si parla se non in termini po­litico-burocratici: qual è il focolare, quale «la terra dei padri » di quei cittadini in eterna trasferta? Molti di loro non lo sanno né se ne preoccupano.

Ma l'Europa degli anni '30 era ben diversa. Già indu­strializzata, era ancora profondamente contadina, o stanzialmente urbanizzata.

L'«estero», per l'enorme maggioranza della popolazione, era uno scenario lontano e vago, soprattutto per la classe media, meno assillata dal bisogno. Di fronte alla minaccia hitleriana, la massima parte degli ebrei indigeni, in Italia, in Francia, in Polo­nia, nella stessa Germania, preferí rimanere in quella che essi sentivano come la loro «patria», con motivazioni ampiamente comuni, e anche se con sfumature diverse da luogo a luogo.

Fu comune a tutti la difficoltà organizzativa dell'emi­grazione. Erano tempi di gravi tensioni internazionali: le frontiere europee, oggi quasi inesistenti, erano prati­camente chiuse, l'Inghilterra e le Americhe ammetteva­no quote di immigrazione estremamente ridotte.

Tutta­via, su questa difficoltà ne prevaleva un'altra di natura interna, psicologica. Questo villaggio, o città, o regione, o nazione, è il mio, ci sono nato, ci dormono i miei avi. Ne parlo la lingua, ne ho adottato i costumi e la cultura; a questa cultura ho forse anche contribuito. Ne ho paga­to i tributi, ne ho osservato le leggi. Ho combattuto le sue battaglie, senza curarmi se fossero giuste o ingiuste: ho messo a rischio la mia vita per i suoi confini, alcuni miei amici o parenti giacciono nei cimiteri di guerra, io stesso, in ossequio alla retorica corrente, mi sono dichia­rato disposto a morire per la patria. Non la voglio né la posso lasciare: se morrò, morrò « in patria », sarà il mio modo di morire « per la patria ».

E ovvio che questa morale, sedentaria e casalinga piú che attivamente patriottica, non avrebbe retto se l'ebraismo europeo avesse potuto antivedere il futuro. Non che della strage mancassero i sintomi premonitori: fin dai suoi primi libri e discorsi, Hitler aveva parlato chiaro, gli ebrei (non solo quelli tedeschi) erano i parassiti dell'uma­nità, e dovevano essere eliminati come si eliminano gli insetti nocivi.

Ma, appunto, le deduzioni inquietanti hanno vita difficile: fino all'estremo, fino alle incursioni dei dervisci nazisti (e fascisti) di casa in casa, si trovò modo di disconoscere i segnali, di ignorare il pericolo, di confezionare quelle verità di comodo di cui ho parlato nelle prime pagine di questo libro.

Questo avvenne in misura maggiore in Germania che non in Italia. Gli ebrei tedeschi erano quasi tutti borghe­si ed erano tedeschi: come i loro quasi-compatrioti « aria­ni» amavano la legge e l'ordine, e non solo non prevede­vano, ma erano organicamente incapaci di concepire un terrorismo di stato, anche quando già lo avevano intorno a loro.

C'è un famoso e densissimo verso di Christian Morgenstern, bizzarro poeta bavarese (non ebreo, nono­stante il cognome), che cade qui in acconcio, anche se è stato scritto nel 1910, nella Germania pulita proba e le­galitaria descritta da J. K. Jerome in Tre uomini a zonzo. Un verso talmente tedesco e talmente pregnante che è passato in proverbio, e che non può essere tradotto in italiano se non attraverso una goffa perifrasi: Nicht sein kann, was nicht sein darf.

È il sigillo di una poesiola emblematica: Palmstróm, un cittadino tedesco ligio ad oltranza, viene investito da un'auto in una strada dove la circolazione è vietata. Si rialza malconcio, e ci pensa su: se la circolazione è vieta­ta, i veicoli non possono circolare, cioè non circolano. Er­go, l'investimento non può essere avvenuto: è una «real­tà impossibile », una Unmógliche Tatsache (è questo il ti­tolo della poesia). Lui deve averlo soltanto sognato, perché, appunto, «non possono esistere le cose di cui non è moralmente lecita l'esistenza ».

Bisogna guardarsi dal senno del poi e dagli stereotipi. Piú in generale, bisogna guardarsi dall'errore che consi­ste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell'oggi: errore tanto píú difficile da evitare quanto piú è grande la distanza nello spazio e nel tempo. È questo il motìvo per cui, a noi non specia­listi, è cosí ardua la comprensione dei testi biblici ed omerici, o anche dei classici greci e latini. Molti europei di allora, e non solo europei, e non solo di allora, si com­portarono e si comportano come Palmstróm, negando l'esistenza delle cose che non dovrebbero esistere.

Se­condo il senso comune, che Manzoni accortamente di­stingueva dal « buon senso », l'uomo minacciato provve­de, resiste o fugge; ma molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall'in­credulità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolato­rie generosamente scambiate ed autocatalitiche.

Qui sorge la domanda d'obbligo: una controdomanda. Quanto sicuri viviamo noi, uomini della fine del se­colo e del millennio? e, piú in particolare, noi europei? Ci è stato detto, e non c'è motivo di dubitarne, che per ogni essere umano del pianeta è accantonata una quan­tità di esplosivo nucleare pari a tre o quattro tonnellate di tritolo; se se ne usasse anche solo l'uno per cento, si avrebbero decine di milioni di morti subito, e danni ge­netici spaventosi per tutta la specie umana, anzi, per tut­ta la vita sulla terra, ad eccezione forse degli insetti.

È al­meno probabile, inoltre, che una terza guerra generaliz­zata, anche convenzionale, anche parziale, si combatte­rebbe sul nostro territorio, fra l'Atlantico e gli Urali, fra il Mediterraneo e l'Artico. La minaccia è diversa da quella degli anni '30: meno vicina ma piú vasta; legata, secondo alcuni, ad un demonismo della Storia, nuovo, ancora indecifrabile, ma slegata (finora) dal demonismo umano. E puntata contro tutti, e quindi particolarmente « inutile ».

Allora? Le paure di oggi sono meno o píú fondate di quelle di allora? Al futuro siamo ciechi, non meno dei nostri padri. Svizzeri e svedesi hanno i rifugi antinuclea­ri, ma che cosa troveranno quando usciranno all'aperto? C'è la Polinesia, la Nuova Zelanda, la Terra del Fuoco, l'Antartide: forse resteranno indenni.

Avere passaporto e visti d'entrata è molto piú facile di allora: perché non partiamo, perché non lasciamo il nostro paese, perché non fuggiamo « prima »?

 
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