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Pagare tangenti per lavorare Stampa E-mail
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Scritto da Maurizio Caudana   
venerdì 01 giugno 2007

mazzetta.jpgNabil Assi, imprenditore edile. Libanese con cittadinanza italiana. Nel 2002 ha denunciato un architetto, consulente esterno della Banca d’Italia. C’è stata la prima udienza nei giorni scorsi, la prossima a settembre. Tangenti per «gestire» i lavori ed entrare nel giro. Lui ha pagato la prima tranche, poi s’è portato in tasca un registratore e ha denunciato tutto al pm Toso.

Partiamo dalla fine. Lei ritiene che qui, nel 2007, in Piemonte e a Torino, dopo le varie bufere di Tangentopoli, ci sia ancora corruzione?
«Tutti chiedono tangenti. Peggio che prima, a tutti i livelli. Posso fare un paradosso?».

Lo faccia.
«Era meglio quando c’erano i socialisti. Quelli famosi, spazzati via da Di Pietro e C. Spiego perché. Allora si andava nell’ufficio dell’assessore e si pagava un tot per una pratica, un tot per un’altra. Ma loro pensavano a tutto, a distribuire la mazzetta all’impiegato, al vigile. Alla fine, i conti tornavano. Invece adesso bisogna pagare noi ognuno. E che dai? Trenta euro... una miseria. L’assessore, in quei tempi tanto vituperati, sapeva “pesare” gli altri della gang. Adesso, con meno di 150-300 euro non ti fanno il sopralluogo che blocca i lavori, non mettono la firma in fondo al modulo, si spende di più».

Esempi?
«Condominio del centro. L’amministratore mi chiede il 10 per cento per affidarmi certi lavori. Io, che sono stanco, riprendo il registratore. Senza misteri, senza mediazioni, senza giri di parole. Chiamo i soci proprietari del fabbricato. Gli faccio ascoltare la solita canzone, loro gli impongono di dare le dimissioni. E’ un lieto fine rarissimo, se non unico. Nella conversazione lui mi spiegava che, se non pagavo la mazzetta, ci sarebbero stati problemi di varia natura. E’ che mi sono stancato di lavorare in questo modo».

E alla Banca d’Italia, che successe?
«Semplice. Loro si avvalevano di un consulente esterno per il controllo dei lavori. Il titolare di quello studio, è un noto architetto, mi convoca e mi fa, 5 minuti dopo che ci eravamo conosciuti: 10 per cento sui lavori, in due parti. Una subito, l’altra alla fine. Rimango un po’ perplesso. Siamo già grandi, con la corruzione ci convivo tutti i giorni, ma resto lo stesso stupito. Io e il mio socio prendiamo tempo. L’importo dei lavori era di circa 50 mila euro, alla fine circa 120 mila. Boh, decidiamo di sì: gli porto 2500 euro in contanti. Poi, il giorno racconto ogni cosa a un funzionario. Quello mi garantisce che lo avrebbe denunciato. Non succede niente. Passano i mesi, e il 22 dicembre del 2004 il consulente, che deve firmare i collaudi e visionare i lavori, mi convoca. Vado con il registratore. Prendo tempo, ritorno il 29, sempre attrezzato. Il quadro si completa...».

Allora?
«E’ lui, a non perdere tempo. Riattacca la solfa della mazzetta, voleva 12 mila euro, 2500 già pagati, sconto di 500, ne bastavano 9 mila. Il giorno stesso convoco i miei referenti della banca. Sono indignati, ma non succede niente. Il consulente, imperterrito, mi riconvoca, stizzito, e mi dice di nuovo che se non pago “sarò fuori dagli appalti”. Di non farmi illusioni per il prossimo, di centinaia di migliaia di euro, che lo avrebbe vinto l‘impresa X di Padova, cosa che avvenne regolarmente. Continuo a registrare. Lui si lamenta. “E i nostri accordi, siamo uomini, no?“. Vabbè, siamo uomini, ma io così non ci sto più. Non tiro fuori un solo centesimo. Nel frattempo speravo che i vertici della Banca d’Italia si fossero precipitati in procura. Niente. Nel frattempo il consulente non convalidava lo stato dei miei lavori e la fattura, che doveva essere pagata entro 90 giorni, ha avuto bisogno di tanti altri mesi...».

Amareggiato? Schifato?
«Più schifato. Visto che loro non facevano assolutamente nulla, che il signore continuava a far la vita di sempre, sono andato dal pm Toso; prima ho fatto trascrivere le registrazioni. Mesi di indagini, serie, condotte con decisione. Il tizio non l’hanno arrestato ma denunciato a piede libero. Lo hanno sospeso dall’ordine alcuni mesi fa ma ha continuato, con i suoi collaboratori, a far le stesse cose di prima. Alla prima udienza ha incrociato il vecchio direttore della Banca d’Italia, indagato. Baci e abbracci, sotto gli occhi del pm. Senza alcun ritegno. Non mi importa che, dopo le denunce e questa intervista, il sistema mafioso non mi faccia più lavorare. Sono un uomo e non un verme. C’è una differenza».

Dunque, nulla è cambiato.
«A me sembra poco o nulla. Certi dirigenti ti dicono: “Non vuoi pagare il 10? Pazienza, dall’impresa X prendo il 15. Ci vediamo alla prossima».

Lei, ora, ha paura?
«Io no. I miei famigliari sì. Spesso rientro tardi la notte, si preoccupano. Ma almeno ho la coscienza a posto».

Tratto da (LaStampa.it)

 
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