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Nabil Assi, imprenditore edile.
Libanese con cittadinanza italiana. Nel 2002 ha denunciato un
architetto, consulente esterno della Banca d’Italia. C’è
stata la prima udienza nei giorni scorsi, la prossima a settembre.
Tangenti per «gestire» i lavori ed entrare nel giro. Lui
ha pagato la prima tranche, poi s’è portato in tasca un
registratore e ha denunciato tutto al pm Toso.
Partiamo dalla
fine. Lei ritiene che qui, nel 2007, in Piemonte e a Torino, dopo le
varie bufere di Tangentopoli, ci sia ancora corruzione?
«Tutti
chiedono tangenti. Peggio che prima, a tutti i livelli. Posso fare un
paradosso?».
Lo faccia.
«Era meglio quando
c’erano i socialisti. Quelli famosi, spazzati via da Di Pietro e C.
Spiego perché. Allora si andava nell’ufficio dell’assessore
e si pagava un tot per una pratica, un tot per un’altra. Ma loro
pensavano a tutto, a distribuire la mazzetta all’impiegato, al
vigile. Alla fine, i conti tornavano. Invece adesso bisogna pagare
noi ognuno. E che dai? Trenta euro... una miseria. L’assessore, in
quei tempi tanto vituperati, sapeva “pesare” gli altri della
gang. Adesso, con meno di 150-300 euro non ti fanno il sopralluogo
che blocca i lavori, non mettono la firma in fondo al modulo, si
spende di più».
Esempi?
«Condominio del
centro. L’amministratore mi chiede il 10 per cento per affidarmi
certi lavori. Io, che sono stanco, riprendo il registratore. Senza
misteri, senza mediazioni, senza giri di parole. Chiamo i soci
proprietari del fabbricato. Gli faccio ascoltare la solita canzone,
loro gli impongono di dare le dimissioni. E’ un lieto fine
rarissimo, se non unico. Nella conversazione lui mi spiegava che, se
non pagavo la mazzetta, ci sarebbero stati problemi di varia natura.
E’ che mi sono stancato di lavorare in questo modo».
E
alla Banca d’Italia, che successe?
«Semplice. Loro si
avvalevano di un consulente esterno per il controllo dei lavori. Il
titolare di quello studio, è un noto architetto, mi convoca e
mi fa, 5 minuti dopo che ci eravamo conosciuti: 10 per cento sui
lavori, in due parti. Una subito, l’altra alla fine. Rimango un po’
perplesso. Siamo già grandi, con la corruzione ci convivo
tutti i giorni, ma resto lo stesso stupito. Io e il mio socio
prendiamo tempo. L’importo dei lavori era di circa 50 mila euro,
alla fine circa 120 mila. Boh, decidiamo di sì: gli porto 2500
euro in contanti. Poi, il giorno racconto ogni cosa a un funzionario.
Quello mi garantisce che lo avrebbe denunciato. Non succede niente.
Passano i mesi, e il 22 dicembre del 2004 il consulente, che deve
firmare i collaudi e visionare i lavori, mi convoca. Vado con il
registratore. Prendo tempo, ritorno il 29, sempre attrezzato. Il
quadro si completa...».
Allora?
«E’ lui, a
non perdere tempo. Riattacca la solfa della mazzetta, voleva 12 mila
euro, 2500 già pagati, sconto di 500, ne bastavano 9 mila. Il
giorno stesso convoco i miei referenti della banca. Sono indignati,
ma non succede niente. Il consulente, imperterrito, mi riconvoca,
stizzito, e mi dice di nuovo che se non pago “sarò fuori
dagli appalti”. Di non farmi illusioni per il prossimo, di
centinaia di migliaia di euro, che lo avrebbe vinto l‘impresa X di
Padova, cosa che avvenne regolarmente. Continuo a registrare. Lui si
lamenta. “E i nostri accordi, siamo uomini, no?“. Vabbè,
siamo uomini, ma io così non ci sto più. Non tiro fuori
un solo centesimo. Nel frattempo speravo che i vertici della Banca
d’Italia si fossero precipitati in procura. Niente. Nel frattempo
il consulente non convalidava lo stato dei miei lavori e la fattura,
che doveva essere pagata entro 90 giorni, ha avuto bisogno di tanti
altri mesi...».
Amareggiato? Schifato?
«Più
schifato. Visto che loro non facevano assolutamente nulla, che il
signore continuava a far la vita di sempre, sono andato dal pm Toso;
prima ho fatto trascrivere le registrazioni. Mesi di indagini, serie,
condotte con decisione. Il tizio non l’hanno arrestato ma
denunciato a piede libero. Lo hanno sospeso dall’ordine alcuni mesi
fa ma ha continuato, con i suoi collaboratori, a far le stesse cose
di prima. Alla prima udienza ha incrociato il vecchio direttore della
Banca d’Italia, indagato. Baci e abbracci, sotto gli occhi del pm.
Senza alcun ritegno. Non mi importa che, dopo le denunce e questa
intervista, il sistema mafioso non mi faccia più lavorare.
Sono un uomo e non un verme. C’è una differenza».
Dunque,
nulla è cambiato.
«A me sembra poco o nulla. Certi
dirigenti ti dicono: “Non vuoi pagare il 10? Pazienza, dall’impresa
X prendo il 15. Ci vediamo alla prossima».
Lei, ora, ha
paura?
«Io no. I miei famigliari sì. Spesso rientro
tardi la notte, si preoccupano. Ma almeno ho la coscienza a posto».
Tratto da (LaStampa.it)
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