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| La paura di tentare e la vergogna di fallire |
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| Scritto da Maurizio Caudana | |
| venerdì 13 marzo 2009 | |
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Ho ammirazione per le persone intraprendenti che meditano e riflettono su di un progetto, e non riescono a toglierselo dalla mente fino a quando non lo hanno realizzato. Per alcuni sono necessari anni di incubazione e valutazioni dettagliate all'inverosimile. Per altri tutto si può fare in un batter d'occhio, e trasmettono la sensazione che le cose si creino senza il minimo sforzo, e senza alcun problema. Ad altri ancora non basterebbero due vite per convincersi a fare il primo passo verso la realizzazione di un sogno, ed ogni minimo problema diventa un buon motivo per abbandonare il progetto, e tornare immediatamente a qualcosa di più sicuro. Questo momento di profonda crisi economica, potrebbe essere per molti il giusto momento per riflettere sulla reale esistenza di un lavoro sicuro. Quello del lavoro sicuro è un concetto di recente utilizzo in larga scala, legato al boom economico del primo dopoguerra, quando si abbandonava la precarietà dei campi soggetti a infiniti fattori di rischio, (carestie, siccità, malattie, animali dannosi), che rendevano il lavoro della terra altamente insicuro, faticoso, ed incerto. L'industria permetteva di staccarsi dalla terra e di percepire uno stipendio senza dover attendere che la terra producesse frutti, e senza essere vincolati ai limiti stagionali. La sicurezza che l'industria offriva ai lavoratori, era la realizzazione di un sogno durato secoli, e la fuga in massa dalle campagne dimostrava quanto fosse sentito e desiderato questo sogno. Oggi possiamo dire di aver preso coscienza dei limiti dell'industria, che ha mostrato tutte le sue debolezze e tutta la precarietà di un mondo, che ancora una volta si è dimostrato finito e limitato, al contrario di quanto la potenza e le capacità delle macchine avevano fatto intendere all'avvento della rivoluzione industriale. Il lavoro sicuro dunque, è un'illusione che si dimostra tale nel momento in cui un contratto a tempo indeterminato, si trasforma in carta straccia, come sta accadendo a molti proprio in questi mesi.
Ma la soddisfazione e la realizzazione personale, sono elementi così allettanti che meriterebbero almeno un tentativo nella vita, per poter dire senza rimpianti di averci provato. Mentre ai più sembra impossibile trasformare le proprie capacità in un mestiere, altri si perdono in progetti gradiosi per i quali sarebbero necessari finanziamenti degni del prodotto interno lordo di una nazione. E sorrido quando incontro persone capaci di ristrutturare casa con le proprie mani, di realizzare un abito su misura, di cucinare leccornie o di aggiustare un motore, crucciarsi per l'andamento del lavoro e per il rischio di rimanere disoccupati. A molti non passa neanche per la mente di trasformare le proprie capacità in una fonte di reddito onesto e trasparente, per il quale si è già attrezzati a sufficienza, ed a cui non servirebbe altro che qualche cliente pronto a fidarsi di questa nuova impresa. Senza pensare alla possibilità che tutto possa andare male, e ancor meno a ciò che le persone potrebbero pensare di noi, e del nostro ipotetico fallimento. Perchè solo chi ha tentato comprende che il fallimento è parte del lavoro, e può toccare tutti, indistantemente dalla posizione sociale e dagli studi effettuati. Quelli che deridono chi non è riuscito a realizzare i suoi obbiettivi, oltre che essere meschini ed ingnoranti, dimostrano di non aver mai tentato di muovere un passo sulla strada dell'indipendenza economica, ignorando la possibilità di rialzarsi dopo una caduta, sempre e comunque a testa alta. |
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Rimangono quindi l'intraprendenza e le capacità
personali a fare la differenza tra chi tenta di realizzare un progetto
lavorativo, e chi invece continua ad accontentarsi di fare il suo, e di
venire retribuito ogni mese per aver svolto le mansioni previste dal
contratto.




