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Il primo Maggio è la festa dei cassaintegrati Stampa E-mail
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Scritto da Maurizio Caudana   
giovedì 30 aprile 2009

Non è possibile considerare il primo maggio di quest'anno come la festa dei lavoratori. Sarebbe una presa in giro.

Il primo Maggio quest'anno è la festa dei non lavoratori, costretti a casa dalla cassa integrazione, e pagati per restare a letto la mattina, ed oziare senza alternativa per il resto della giornata. Un elogio al far nulla, per una classe operaia che si è vista poggiare sulle spalle per decenni, le aspettative di un'economia svenduta da personaggi in giacca e cravatta, che non si sono mai posti il problema delle necessità altrui, e mai se lo porranno.

Lavorare non è solo un dovere, ma una necessità individuale irrinunciabile per mantenere attivi corpo e mente, e poter puntare alla realizzazione personale, ancor prima che ad un progetto di vita. Una questione sociale oltre che economica.

La cassa integrazione in fondo sarebbe ancora il male minore, se le realtà aziendali fossero gestite da persone coscienti, che nutrano la volontà di redistribuire il frutto del lavoro che ha coinvolto innumerevoli persone nel corso degli anni. Ma non è così.

sordi_vitelloni.jpgLa nuova economia e la nuove classi dirigenti, sono figlie di un'individualismo sfrenato, che ha dimenticato con il passare del tempo la funzione sociale oltre che economica, a cui le aziende sono chiamate.

Il rapporto tra chi offre lavoro, e chi presta la propria opera in cambio di una retribuzione, è stato drogato da anni di assenteismo di sindacati e governi, incapaci di condizionare intenzioni e progetti futuri in favore dei lavoratori, di aziende che hanno la volontà di pensare ed organizzare il lavoro solo in termini di profitto e di convenienza economica, ma che sono totalmente disinteressate all'impatto sociale che le proprie scelte avranno.

La spinta verso la disumanizzazione dei rapporti lavorativi, nasce senza dubbio dal confronto con un mercato globale, in forza del quale si tenta di giustificare tutto, e per il quale le aziende sono disposte a qualsiasi compromesso, pur di conquistarne una fetta.

Se pensiamo alla fuga verso est di quasi tutte le grandi aziende nazionali, non possiamo non chiederci quale sia stata la posizione di sindacati e governi di fronte alla fuga di capitali e di posti di lavoro durante questi anni di cambiamento. Aziende che non hanno per nulla rinunciato al mercato Italiano, sul quale continuano ad essere presenti, con punti vendita ed insistenti campagne pubblicitarie: oltre al danno la beffa.

Le esigenze produttive con il ruvido rapporto tra spese e ricavi, sommati al silenzio di tutte le istituzioni, hanno dato vita a quel mostro chiamato "protezionismo economico ", dal quale sembra vogliano prendere le distanze tutti, (Unione Europea in testa), con la scusa del futuro dell'Europa e della comune appartenenza ad un mercato unico.

Se condannando il protezionismo, consideriamo dannoso e controproducente il principio per cui un'azienda debba tener conto del luogo in cui è nata e si è sviluppata, e garantire il suo lavoro e la sua presenza anzitutto a quelle realtà storiche e geografiche, allora il protezionismo è la mia bandiera, ed anche l'unica via di riconciliazione tra un'industria malata, ed un mondo del lavoro confuso e demoralizzato.

Il rispetto per il mercato che ha dato i natali ad aziende oggi conosciute a livello mondiale, avrebbe dovuto costituire una priorità per i sindacati e per i Governi che si sono susseguiti in questi anni. Considerare il protezionismo come una filosofia non comunitaria, oltre che essere un'espressione di ipocrisia politico-economica, è ancor più la base per una nuova ondata di antipolitica, che favorirà sempre più il malcontento verso l'Unione Europea.

Un'Unione Europea che pare far sentire la propria voce solo per intralciare le autonomie dei singoli Stati, ma che pare poco interessata ad offrire l'opportunità per il miglioramento e la salvaguardia delle realtà e degli interessi particolari, che costituiscono le fondamenta storiche dell'economia del vecchio continente.

 
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