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| Il finanziamento pubblico che uccide l'imprenditoria |
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| Scritto da Maurizio Caudana | |
| martedì 08 settembre 2009 | |
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La cultura del finanziamento si è ormai radicata nel nostro paese in ogni sua zona geografica, ed ha tappato la bocca a quel senso di pudore e di orgoglio, che rendeva indiscutibile il dovercela fare con le proprie gambe, e dover produrre profitto attraverso un' attività per consentirle di rimanere sul mercato. Oggi il finanziamento non è più un'occasione per dare vita ad un'attività, ma si è trasformato in un modo per farla sopravvivere. E allo stesso tempo garantisce una lenta e dispendiosa agonia non solo a chi ne beneficia, ma più in generale all'impreditoria dell'intero paese. L'ultima richiesta di aiuto giunge nel mese di agosto dai gestori delle sale cinematografiche: "Senza nuovi fondi i cinema chiudono", si legge nella sezione Torinese de La Stampa. Lo stesso si era già visto con l'Opera Lirica, con le produzioni cinematografiche, con il teatro, con i quotidiani, e con i grandi maestri nella richiesta di finanziamenti, tutti appartenenti alla grande industria, "motore" dell'economia del paese. Senza dimenticare le banche, approdate anch'esse tra i beneficiari dei finanziamenti, da quando il più grande crollo finanziario della storia le ha travolte. Un'economia privata, alimentata dal denaro pubblico, che spartisce utili privati. Ha quasi dell'incredibile.
Ancora poi, ci siamo sentiti dire che finanziare le banche era doveroso, e che gli effetti sul mercato si sarebbero fatti sentire, se si fosse deciso di abbandonarle al loro destino. Banche che, non appena salvate dalla catastrofe finanziaria, hanno bloccato ogni forma di sostegno ad un'economia in forte crisi, per contenere rischi ai quali non sarebbe stato saggio esporsi. E detto da chi ha perso tutto nella speculazione finanziaria, lascia davvero l'amaro in bocca, nel silenzio totale del governo e degli organi di informazione. Ma che una scusa sia presto trovata, lo si capisce dalla flebile consistenza di certe affermazioni, che si limitano a salvare il salvabile, senza tenere conto di alcuna conseguenza. Prima fra tutte il riscontro sull'economia reale, e la demotivazione della stessa. Se l'importante è ricevere il finanziamento, quale altra direzione potranno mai prendere gli sforzi per tenere in vita un'attività senza speranze? O, meglio ancora, quale dovrebbe essere la spinta nel valutare con equilibrio cosa sia meglio fare, e cosa no, se qualunque risultato si ottenga, sarà stato sostenuto da denaro piovuto dal cielo? Una situazione grottesca, nella quale le disparità sono evidenti. Disparità di trattamento per lavoratori di categorie differenti, disparità di trattamento tra alcune specialità artistiche ed altre, disparità di importanza per alcune attività comerciali ed altre. Ma le disparità in questi casi, determinano chi debba sopravvivere e chi no. Compito che in un'economia libera, dovrebbe essere svolto dalla concorrenza di mercato, e dalla capacità di innovazione. Annientati dai finanziamenti. |
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Le
motivazioni più ricorrenti, affermano in un caso che il gran numero di
dipendenti della grande industria, trasforma in un obbligo di
intervento la richiesta di sostegno mossa allo Stato. Dall'altra,
l'importanza culturale di certe discipline, (come la Lirica),
giustifica il finanziamento in forza del dovere culturale di mantere in
vita questa tipologia di espressione artistica.





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