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Quest’anno ci troviamo di fronte ad un anniversario, che di certo occuperà schermi televisivi, fogli di giornale, ed
ogni sorta di discussione, almeno per qualche mese.
Vorrei allora esprimere
alcune mie personali opinioni sul ’68, e sui 40 anni trascorsi dal quel
burrascoso anno, prima che il tam tam mediatico ci sommerga.
Non ho vissuto il ’68, in quanto sono nato esattamente dieci
anni dopo, ma crescendo, mi sono accorto di quante realtà, espressioni e modi
di intendere il mondo, abbiano avuto in quel periodo una cassa di risonanza mai
vista prima: sciopero, lotta di classe, sindacati, operai contro “padroni”, discussioni
e comizi ad oltranza, schieramento senza alternativa, servilismo, arrivismo, disprezzo
della cosa pubblica, ribaltamento dei ruoli, forzatura del costume, ateismo come
antagonismo alla Chiesa, omicidio come soluzione, banditismo, supponenza verso
le proprie origini.
Sono solo alcuni dei numerosi aspetti che il ’68 ha toccato,
trattato, travolto, e troppe volte sminuito, come se tutto fosse concesso, come
se tutto, si dovesse senza indugio ridiscutere.
Se osserviamo il nostro paese oggi, e prendiamo come punto
di partenza le battaglie del ’68, non possiamo che giungere, passo dopo passo,
ad una deludente conclusione. Oggi infatti, nonostante molti tentino quasi di
nasconderlo, il nostro paese è governato, organizzato, informato e gestito, da
quella immensa massa di ragazzi, che in quegli anni “lottavano”, ed intendevano
la piazza come luogo di scontro, e raramente, come luogo di incontro.
La situazione attuale del nostro paese, i suoi problemi, la
sua lentezza, il suo sguardo rivolto al passato ed annebbiato dalla cataratta,
non è figlio di un periodo di dinamismo culturale e produttivo, ma, al
contrario, di una cultura classista cristallizzata, immersa in un modo di
intendere il mondo ormai sorpassato, di cui le nuove generazioni non vedono
l’ora di sbarazzarsi.
Da quando gli operai sono diventati padroni e si fanno
chiamare sindacalisti, da quando la lotta di classe si fa per la macchinetta
del caffè anziché per l’asilo interno all’azienda, da quando destra e sinistra
non hanno più identità, da quando la cosa pubblica è allo sfacelo, ed anni di
omicidi hanno segnato la vita politica e sociale Italiana, si sarebbe dovuto
assistere ad un vero e proprio riesame culturale e sociale dei problemi del
paese, se il 1968 avesse contenuto in sé, i semi di qualcosa che sarebbe dovuto
nascere, prima o poi.
Assistiamo invece alla permanente presenza dei soliti
volti, che hanno ereditato una posizione dopo anni di servilismo, nutrire un
morboso compiacimento in se stessi, e la diabolica convinzione di essere nel
giusto, o, per lo meno, profondamente giustificabili.
Parlare di quegli anni senza ricordare l’incredibile
crescita economica che ha accompagnato quel periodo, non potrebbe giustificare
la spensieratezza e la forza con cui questa immensa massa di persone si
proponeva al paese. Considerare la crescita economica come cosa affermata, fu
il primo segno dell’inconcludenza che segnò tutto quel periodo.
Chi vorrebbe oggi
presentare il 1968 come un qualcosa di positivo e fondamentale per il nostro Paese,
dimostra senza indugio una scarsa attitudine all’analisi dei fatti e delle
persone che sono seguite a quegli anni, e lo scarso contributo che quella
generazione ha saputo dare, alla crescita sociale e culturale del nostro Paese.
I sogni di una rivoluzione culturale e sociale, la speranza
e la voglia di cambiamento che hanno contraddistinto quegli anni, sono presto
svaniti nell’adesione a quei principi e a quei privilegi verso cui le masse
muovevano le proprie lamentele e le proprie accuse. Il principio
rivoluzionario, assorbito ed annientato dal benessere e dall’opportunità di
quel periodo, non fa che evidenziare come una farsa, tutto quel che accadde, e
che portò migliaia di persone, a scontrarsi verso chiunque fosse custode di un
ruolo, come di un potere.
L’inconcludenza, è ciò che è rimasto di quel periodo
nelle mani delle generazioni che sono seguite. L’inconcludente che sogna
qualcosa di diverso, offre
un’eredità assurda da destinare, quanto reale nella sua modernità. L’inconcludente che combatte per cambiare il mondo, fino al
punto di trovarsi il mondo contro, desideroso di sbarazzarsi della sua radicata
presenza, e delle sue folli idee.
E’ questo l’unico aggettivo che riesco ad associare al ’68
oggi, a quarant’anni da quel burrascoso anno, punto di partenza di un periodo
molto rumoroso, che non ha saputo far altro che consegnare il paese nelle mani
dell'indecisione e del caos.
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