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Gli Svedesi e lo stop alle quote rosa Stampa E-mail
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Scritto da Maurizio Caudana   
giovedì 21 gennaio 2010

Dalla Svezia arriva la notizia di un ripensamento al riguardo delle quote rosa, delle sue applicazioni pratiche, e delle conseguenze che queste possono avere sulle opportunità individuali dei cittadini. In Svezia la questione delle quote rosa è stata affrontata con certosina cura, nel determinare con precisione la percentuale di individui dello stesso sesso che, ad esempio, possono occupare posti accademici: il 50%.

La Svezia ha pensato di vincolare il numero di persone che possono accedere a determinate facoltà, sulla base del sesso di appartenenza, trascurando qualsiasi altro parametro di valutazione che possa far meritare un determinato posto ad una persona, piuttosto che ad un altra. In Svezia si sono accorti di ciò che in altri paesi viene ripetuto da tempo, (senza sentire la necessità di sperimentare sul campo), evitando così di incappare in un fallimento annunciato.

quoterosa.jpgLe quote rosa sono un insulto alla parità dei diritti, e alla parità tra i sessi. A ben vedere sono l'esatto contrario di ciò per cui vengono proposte, ridicolizzando la figura femminile, presentandola come incapace di realizzarsi da sola, senza protezioni e garanzie a norma di legge.

Mentre alla donna come all'uomo, spetta il dovere di dimostrare la propria autonomia ed il proprio desiderio di realizzarsi, all'interno di una società che deve combattere personalmente, e quotidianamente, qualunque tipo di ostacolo sessuale alla realizzazione individuale.

La Svezia si è accorta che sono più gli uomini a voler fare il militare rispetto alle donne, così come sono in numero decisamente maggiore le donne che vogliono fare le educatrici, rispetto agli uomini.

E allora come fare a rispettare le quote rosa, quando certi posti sono ambiti maggiormente da un sesso, piuttosto che dall'altro?

Come comportarsi quando la realtà non consente di raggiungere la parità negli individui presenti? E, ancora peggio, cosa fare di fronte ad un curriculum impeccabile, che meriterebbe di essere assunto, ma che purtroppo presenta il "difetto" di appartenere al sesso sbagliato?
E' pazzia, lo capirebbe anche un bambino.

E' pazzia anche quando ci si riferisce ai partiti politici, che hanno ormai dimenticato qualsiasi principio di rappresentatività, e discorrono tra loro della necessità di un numero maggiore di donne in politica. Come se fosse compito della politica scegliere i candidati al governo del paese, e non alle preferenze personali, culturali, politiche dei cittadini elettori. E in effetti, nella realtà del nostro paese agli elettori è concesso di votare uno schieramento , non una persona.

Elettori che sono già divisi nel sesso, e che fino a qualche tempo fa avevano la possibilità di destinare liberamente il loro voto a chiunque, uomo o donna che fosse. Donne che non hanno mai sentito la necessità di distinzioni sessiste, e che non hanno mai intrapreso in massa, campagne di sostegno ad un candidato, solo perchè donna.

Fortunatamente sta venendo a galla l'ipocrisia di questo discorso, che non è ancora chiaro dove abbia avuto inizio. Quando un problema nasce dalle persone, trova senza dubbio il modo per svilupparsi nella società, offrendo la legge le linee guida. Quando un problema nasce dalle istituzioni, solitamente si scontra e si arena con il vissuto quotidiano delle persone, non trovandovi spazio.

Ecco la differenza tra la politica rappresentativa di cui avremmo tanto bisogno, e la politica Istituzionale a cui siamo abituati, così distante dalle esigenze degli elettori da arrivare a picchi di banalità tali, da proporre come una necessità la discriminazione sessuale a norma di legge.

 
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